Santa Marta

La più antica testimonianza dell’esistenza della chiesa intitolata a s. Marta è costituita dagli
atti della visita pastorale dell’arcivescovo Gabriele Sforza avvenuta nel 1455. Negli stessi
documenti si legge della presenza della confraternita dei Disciplini di s. Marta, di cui
risultavano memorie, stando agli atti della visita di monsignor Maggiolini del 1611, fin
dall’anno 1387. Già all’inizio del Quattrocento, però, la chiesa doveva essere in grado di
svolgere le sue funzioni, considerando che l’altare e la chiesa furono consacrati nel 1419.
È probabile che la prima s. Marta avesse l’asse principale direzionato secondo il canonico
andamento ovest-est, con l’altare rivolto a oriente. Di tale antica conformazione resta
traccia nella prima cappella a sinistra, a pianta quadrangolare irregolare, con copertura
muraria a quattro vele e le ricadute dei pennacchi poggianti su semplici mensole litiche
angolari. Il livello di pavimento di questa cappella è sensibilmente più basso delle altre
parti della chiesa. A ciò si aggiunge che i resti di un affresco del primo Quattrocento,
raffigurante le immagini di s. Marta e di s. Rocco sono localizzati a una quota
eccessivamente bassa. Si può pertanto ipotizzare che questa cappella sia l’antico
presbiterio, che si trovava a una quota ancora più bassa dell’attuale pavimentazione.
L’ingrandimento e la ristrutturazione della nuova chiesa di s. Marta, che portarono tra
l’altro alla rotazione dell’asse principale lungo la direttrice nord-sud, furono coronati nel
1532 con la consacrazione dell’altare maggiore.
Della fase intermedia di costruzione restano alcune tracce nella cappella già citata,
corrispondente all’antico presbiterio, e in alcune rimanenze poste sull’attuale facciata: una
finestrella tamponata ad arco ribassato; un archivolto di un piccolo portale con l’ogiva e le
spalle in laterizio; un affresco del XV secolo con la caratteristica immagine di Gesù morto,
raffigurato emergente dal sepolcro.
La chiesa di s. Marta ricevette la visita di Carlo Borromeo nel 1566, durante il quale
l’arcivescovo confermò la confraternita. Le Regole della confraternita erano quelle che
Borromeo aveva imposto a tutte le confraternite dei disciplini della diocesi di Milano, in
occasione del Secondo Concilio Provinciale di Milano del 1569. L’abito dei confratelli
consisteva in una tunica bianca con cappuccio e cingolo. La domenica e gli altri giorni
festivi i confratelli si radunavano nel coro, per recitare insieme le ore dell’Ufficio della
Beata Vergine. Oltre alle feste e processioni della Parrocchia, cui presenziavano,
particolare cura ponevano nel festeggiare i santi patroni della confraternita: s. Marta, s.
Maria Maddalena, s. Giovanni Battista, s. Giovanni Evangelista, ss. Margherita e
Apollonia. La Confraternita provvedeva anche a incrementare le offerte per l’ospedale dei
poveri, istituzione di beneficenza bellanese, fondata prima del 1508, che prestava denaro
alla Comunità e ai privati e i proventi degli interessi erano distribuiti in elemosine a famiglie
bisognose, a giovani donne che necessitavano di dote per sposarsi o a giovani coppie che
dovevano recarsi all’estero per apprendere un’arte o un mestiere. Dal punto di vista
finanziario la Confraternita era molto ricca: nelle sue casse confluivano numerose
elemosine, lasciti, donazioni, legati perpetui per la celebrazione di messe di suffragio per i defunti. Gli ufficiali della confraternita erano il Priore, i Sindaci, il Tesoriere e il Cancelliere,
che duravano in carica un anno ed erano obbligati alla tenuta dei registri contabili e dei
legati, dovendo rendere conto al capitolo dei confratelli alla fine del loro mandato.
La vicenda della confraternita dei Disciplini di s. Marta termina nel 1784, con lo
scioglimento da parte del governo austriaco che nel 1786 ne incamerò i beni. L’oratorio di
s. Marta fu assegnato alla parrocchia di Bellano e il fabbricato annesso, dopo essere stato
rilasciato al legato Lorla, a titolo di godimento perpetuo, restando la proprietà al Demanio,
per l’istituzione di una scuola a vantaggio dei poveri, fu acquistato dalla parrocchia nel
1924.

Elementi architettonici
Prescindendo dalle rimanenze preesistenti (fra cui la cappella del Compianto) e dalle
aggiunte tardive (fra le quali si possono annoverare alcune cappelle, la cupola, il
campanile) l’impostazione attuale della chiesa è attribuibile a una fase avanzata del
Gotico, tipicamente quattrocentesca, rilevabile anche dall’esame esterno del settore
absidale: questa parte meridionale della chiesa è caratterizzata da una parete rettilinea, in
origine traforata da due finestre allunate e da un rosone circolare; il tutto è coronato
superiormente da archetti a ogiva in laterizio. L’interno è a unica navata e ha in gran parte
perso l’originaria struttura, presentandosi con un sapore chiaramente riferito al tardo
barocco e al rococò. Sul fianco sinistro della navata è collocata la cappella del Compianto,
testimonianza della struttura antica della chiesa, prima del rimaneggiamento
quattrocentesco. Sul fianco destro della navata la prima cappella è attualmente dedicata a
s. Antonio da Padova (la cappella, esistente già nel 1611, era dedicata a quel tempo allo
Spirito Santo); la seconda, dedicata a s. Nicola da Tolentino, di cui esisteva un altare al
tempo della visita del Borromeo, risulta essere stata edificata nel 1739 per lascito
testamentario del sacerdote bellanese don Dante Mezzera. Al centro della navata si erge
la cupola ottagonale, decorata nel 1582, mentre il settore del presbiterio, come si presenta
attualmente, sembra sia stato ristrutturato nei primi anni del Settecento. A sinistra del
presbiterio si accedeva al coro della confraternita, ove si radunavano i confratelli per le
loro pratiche di pietà e da dove potevano seguire le celebrazioni attraverso una grata che
dà direttamente sul presbiterio. Sulla destra si accede, invece, alla sacrestia. Il campanile
della chiesa, edificato sull’angolo meridionale del complesso, fu edificato posteriormente al
1611, quando esisteva soltanto un campaniletto a vela sulla facciata, con una sola
campana.

Opere e decorazioni
Dal punto di vista decorativo, i riferimenti principali sono in gran parte relativi al tardo
Quattrocento e ai secoli XVI e XVII. Non mancano, d’altra parte, rimanenze più antiche.
Della fase coeva ai grandi interventi quattrocenteschi rimangono: l’affresco del XV secolo
con la caratteristica immagine di Gesù morto, raffigurato emergente dal sepolcro, visibile
sulla facciata, a sinistra dell’ingresso; un lacerto di affresco nella cappella del Compianto

con i santi Rocco e Marta, databile a un ambito cronologico non posteriore alla metà del
Quattrocento.
Per quanto riguarda la prima opera, per quanto Gesù sia in modo inconsueto raffigurato
con gli occhi socchiusi, non vi sono dubbi che lo si sia voluto rappresentare come morto: le
braccia appaiono, coerentemente, incrociate sul petto. Ai lati stanno le figure di angioletti
che sostengono il sudario e reggono pure i simboli della Passione: uno la colonna della
fustigazione, l’altro la croce. Più in basso, sempre lateralmente, erano disposte di profilo
altre due figure, questa volta di santi: quella a sinistra è scomparsa, mentre la seconda, a
destra, risulta essere di un uomo barbuto di mezza età, che tiene in mano un oggetto non
chiaramente identificato. Un fregio ad archetti semicircolari conclude superiormente
l’affresco. La piccola composizione appare come una discreta esecuzione del pieno
Quattrocento, riproducente, sia pure in modo originale, la allora diffusa immagine del
Cristo morto nell’avello. Di là da una concezione fondamentalmente miniaturistica che la
caratterizza in modo particolare, non sembra palesare legami diretti, se non cronologici,
con l’affresco rinvenuto all’interno della chiesa.
Questo secondo affresco, visibile nella prima cappella sulla sinistra, appare in cattivo stato
di conservazione, specialmente nella sua parte superiore, ove contiene le figure affiancate
di san Rocco e santa Marta. La santa è effigiata in ginocchio, con le mani giunte in
preghiera e il volto rivolto verso il centro della parete, così come è atteggiato s. Rocco.
Marta è riconoscibile da alcuni suoi caratteristici attributi (il capo velato, l’aspersorio a
mestolone, il secchiello dell’acqua benedetta, il drago Tarasque ai suoi piedi, con il corpo
annodato e le fauci spalancate), similmente si può dire per s. Rocco (l’aspetto giovanile, la
corta veste coperta da una mantelletta, il cappello, il bastone da pellegrino). Nonostante il
precario stato di conservazione, la pittura palesa caratteri qualitativi di notevole livello
tecnico, sia nel disegno dei nobili e delicati volti sia nella pregevole struttura delle
anatomie. L’attribuzione cronologica si orienterebbe attorno alla metà del XV secolo e la
mano dovrebbe essere di un pittore ancora sensibilmente impregnato dei caratteri di un
tardo Gotico.
Degli interventi tardo cinquecenteschi sono testimonianza il ricco portale marmoreo, che
dovrebbe risalire al 1589, e l’elaborato tiburio ottagonale decorato nel 1582 con busti e
statue a stucco dei profeti maggiori e dei santi Nazaro, Celso, Marta e Maddalena, e con
affreschi di profeti, sibille, angeli nel gusto manierista di Aurelio Luini e avvicinati a modi
dei pittori comaschi Bartolomeo Guaita e Abbondio Baruta.
Degna di menzione la seicentesca pala d’altare di autore ignoto, collocata sull’altare
maggiore, raffigurante La visita di Gesù alle sorelle Marta e Maria ai cui lati risaltano le
figure dei santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, compatroni della confraternita.
Sulle due pareti laterali del presbiterio sono invece collocati due grandi quadri raffiguranti
episodi della vita di s. Marta. Il quadro sul lato destro riporta la data 1707, data a cui risale
probabilmente il rifacimento degli arredi lignei e della decorazione del presbiterio che dagli
atti delle visite pastorali precedenti risultava affrescato con raffigurazioni dei miracoli di s.
Marta, mentre sull’altare maggiore era collocata una pala raffigurante la Vergine Maria con
i santi Nicola da Tolentino e Vincenzo. Di metà Seicento sembra invece l’altare laterale con una pala morazzoniana della Madonna e s. Antonio da Padova. Mentre ancora settecentesche sono la tela ovale e le quadrature affrescate con le Virtù, attribuite a Pietro Ligari, nella cappella dedicata a s.
Nicola da Tolentino (edificata nel 1739).

Compianto
All’interno della chiesa, la cappella a sinistra conserva un’opera di notevole pregio non
soltanto nell’ambito del territorio comunale, tanto da aver meritato di essere esposta al
Louvre di Parigi nonché al Castello Sforzesco di Milano. Si tratta del tardo quattrocentesco
Compianto sul Cristo morto o Lamentatio.
Il Compianto fu commissionato dai disciplini nel 1493 a Giacomo del Maino, a capo di una
delle principali botteghe operanti nel Ducato di Milano nella seconda metà del XV secolo.
L’artista vi lavorò insieme al figlio Giovanni Angelo tra 1493 e 1494.
Si tratta di un complesso di statue lignee, dorate e dipinte, di grandi dimensioni,
raffigurante una Lamentatio o Compianto sul Cristo morto. Nell’opera qui conservata, a
fare da sfondo teatrale del corpo di Cristo disteso dopo la deposizione, vi sono oggi 7
personaggi che si dolgono e ne piangono la morte, in origine forse 8 con Nicodemo (Maria
Maddalena, Maria madre di Gesù, 2 pie donne, una velata una con fascia rossa – Maria di
Cleofa e Maria Salome -, 1 figura femminile dolente – Marta, Giovanni, Giuseppe
d’Arimatea).
La datazione più recente, basata su fonti documentali, situa la realizzazione dell’opera
nell’ultima decade del ‘400 e ne spiega i riferimenti alla cultura milanese di fine secolo, tra
il Compianto di santa Maria presso san Satiro di De Fundulis, la santa Agnese del Duomo
di Briosco e la Vergine delle Rocce di Leonardo.
Secondo la critica, sollecitati a produrre opere sempre più coinvolgenti dal punto di vista
devozionale, i Del Maino abbandonano i modelli classici per approdare a esiti di maggior
naturalezza espressiva grazie a un primo accostamento alle riflessioni di Leonardo. Lo
suggerisce l’attenzione con la quale sono rappresentate le fisionomie alterate dal dolore
attraverso la sottile modulazione dei muscoli del viso. Nel complesso, si tratta di un’opera
dalla pregnante drammaticità ed esacerbata espressività dei personaggi.

Stendardi
Da ultimo, nella chiesa di s. Marta sono conservati cinque stendardi appartenuti a diverse
confraternite presenti in passato nel comprensorio bellanese.
Il più antico, di particolare interesse, è quello funerario, di impianto ancora seicentesco,
ricamato in filo d’oro e raffigurante un Trionfo della Morte. Su un lato, al centro, è
l’immagine scheletrica della morte, con in mano la falce e la clessidra; ai lati, due angeli
con fiaccole rovesciate in segno di lutto; in alto, al centro, i simboli del potere annodati; in
basso, strumenti musicali e foglio di musica; ai quattro angoli, teschi: di re, di papa, di cardinale, di contadino, con i rispettivi attributi. Sull’altra faccia, al centro, le anime
purganti; agli angoli: il Tempo, la Carità, la Giustizia, la Prudenza (figura femminile con un
serpente); in alto, al centro la civetta; in basso, la farfalla: entrambi chiusi entro un
serpente.
È evidente il ricercato e complesso simbolismo che caratterizza entrambe le facce dello
stendardo, con richiami alla caducità della vita terrena e delle glorie umane; al contempo vi
è un pressante richiamo alla salvezza dell’uomo (mediata dalla immagine mariana), al
trionfo della morte, al giudizio finale. Opera importante, per epoca, qualità, soggetto, è
pure da considerarsi un raro esemplare di questo tipo di produzione artistica.
Molto più recenti risultano gli altri quattro stendardi. Due sono riferiti alle confraternite del
Santissimo Sacramento e del Rosario. Di questi, il primo è il più raffinato ed è attribuibile
alla seconda metà dell’Ottocento. Sul fronte sono rappresentati i santi Nazaro e Celso in
adorazione dell’ostensorio. Sul retro è riprodotta la Madonna col Bambino: entrambi
reggono un rosario. Lo stendardo fu eseguito nel 1874 dal laboratorio di Filippo Giussani,
insieme al baldacchino della prepositurale e ad altri paramenti. Opera analoga, anche se
un po’ più recente e meno ricca, è lo stendardo ove, al posto dei due santi sono
inginocchiati due angeli in atto di adorare l’ostensorio; sul retro è di nuovo la Madonna del
Rosario.
Dei primi del Novecento sono lo stendardo dei Luigini e quello delle Figlie di Maria. Il primo
reca sul fronte san Luigi Gonzaga fra figure angeliche e sul retro ornati simboli con la
scritta COMPAGNIA DI S. LUIGI – BELLANO. Il secondo mostra su un lato la Madonna
Immacolata entro una larga incorniciatura in seta bianca e sull’altra faccia sant’Agnese,
entro uno sfondo rosso.